EDITORIALE DELLA FONDAZIONE
Nel dibattito sulla guerra in Ucraina la parola “pace” viene usata con grande frequenza, ma con significati molto diversi. A volte indica un obiettivo condiviso, altre volte diventa una formula elastica, adattabile a qualunque scenario. È qui che nasce l’ambiguità: quando si parla di pace giusta e quando, invece, si sta parlando di una pace possibile che rischia di coincidere con la rinuncia a principi fondamentali?
La pace come processo, non come slogan
Una pace autentica non è solo l’assenza di combattimenti. È un processo che include sicurezza, riconoscimento reciproco e rispetto del diritto internazionale. Quando questi elementi vengono progressivamente rimossi dal tavolo negoziale, la pace smette di essere una soluzione e diventa uno strumento retorico. In questo senso, il linguaggio diplomatico può nascondere più di quanto riveli, soprattutto quando le richieste di una delle parti sono tutte orientate in una sola direzione.
Le condizioni che ridisegnano il significato di accordo
La posizione russa, così come emerge dalle dichiarazioni ufficiali, pone una serie di condizioni non negoziabili. Niente forze europee o occidentali in Ucraina per garantire la sicurezza, riconoscimento internazionale dei territori occupati, revoca delle sanzioni e accettazione di un assetto politico ucraino compatibile con gli interessi di Mosca. In questo schema, il negoziato non serve a trovare un equilibrio, ma a ratificare una situazione creata con l’uso della forza.
Il problema delle garanzie che non esistono
Uno degli aspetti meno discussi, ma più rilevanti, riguarda il “dopo”. Una pace senza garanzie di sicurezza concrete lascia aperta la porta a nuovi conflitti. Se l’Ucraina non può contare su una protezione internazionale e allo stesso tempo deve rinunciare a parti del proprio territorio, la stabilità diventa una promessa vuota. In questo contesto, la pace non mette fine alla guerra, la sospende.
Territori come moneta di scambio
La richiesta di riconoscere territori occupati, anche quando non completamente controllati, introduce un principio pericoloso. Significa trasformare l’occupazione militare in un titolo negoziale. Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson e Crimea non diventano oggetto di dialogo, ma il risultato da accettare. È un passaggio che sposta il baricentro del diritto internazionale verso una logica di fatto compiuto.
Il rischio di normalizzare l’invasione
Accettare una “pace possibile” costruita su queste basi avrebbe un effetto che va oltre il conflitto ucraino. Normalizzerebbe l’idea che un’invasione possa essere legittimata nel tempo, purché venga accompagnata da un tavolo diplomatico. Come se il negoziato fosse sufficiente a cancellare l’origine del conflitto. In questa prospettiva, la pace diventa un atto formale, non una soluzione sostanziale.
Quando la pace assomiglia a una resa
Se una parte deve rinunciare a territori, sicurezza, alleanze e autonomia politica, mentre l’altra ottiene riconoscimenti e vantaggi strategici, il termine “accordo” perde significato. Non si tratta più di compromesso, ma di accettazione forzata. Una situazione che può essere descritta solo in un modo: non come pace giusta, né come pace possibile, ma come resa mascherata.
Una questione che riguarda tutti
La discussione sulla pace in Ucraina non è solo una questione regionale. Riguarda il modello di relazioni internazionali che si intende accettare nei prossimi anni. Se la stabilità viene costruita sacrificando principi, la pace diventa fragile e temporanea. E, come la storia insegna, le paci fragili non chiudono i conflitti, li rinviano.
18 Dicembre 2025 © Redazione PANTAREI Fondazione Premio Antonio Biondi

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