EDITORIALE DELLA FONDAZIONE

La Dolce Vita, di nome e di fatto

Gli anni 50-60 e il nuovo stile di vita che fece epoca

La Dolce Vita, di nome e di fatto

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Erano gli anni 50-60, la Seconda Guerra Mondiale era finita e ci si stava riprendendo pian piano dalle sofferenze e dalle ristrettezze che il conflitto aveva imposto, si parlava di boom economico dei mercati e dell’industria e la voglia di vivere e di divertirsi era tornata.

La radio e la televisione cominciavano ad entrare nelle case degli italiani, la Fiat 500, la Fiat 600 e la Giulietta erano status symbol e le Vespe e le Lambrette stabilivano nuovi ritmi e abitudini.

Lusso e glamour. Abiti delle più importanti case di moda, gioielli di enorme valore: queste erano le mise delle signore del jet set internazionale.

Ed inoltre, la voglia di vivere senza preoccupazioni, caratterizzato da feste e belle donne.

Era il periodo dell’Italia repubblicana e in particolar modo Roma era divenuta il fulcro della vita mondana, la “Hollywood sul Tevere” per via del cinema, con Cinecittà in cui erano arrivati i produttori americani che giravano i loro film sia per i costi minori rispetto ad Hollywood sia per la legge italiana che non consentiva l’esportazione all’estero dei guadagni degli incassi dei film spingendo le principali case produttrici cinematografiche statunitensi a reinvestirli nella produzione in Italia per poi distribuire i film in tutto il mondo.

Ma a Roma cominciarono a confluire non solo produttori e maestranze del cinema, attori e registi affermati, ma anche aspiranti attori e attrici, avventurieri e intellettuali, artisti e aristocratici, tutti alla ricerca del successo.

E la vita mondana, in particolare quella notturna, cominciò ad espandersi nei locali aperti fino all’alba, negli hotel di lusso che ospitavano i personaggi più famosi, e in particolare a Via Veneto, con i suoi caffè e gli hotel di lusso che divenne il “salotto” in cui convergevano tutte le celebrità: erano i “dolcevitaioli” oppure i “dolcevitosi”, sostantivi coniati dal termine “Dolce Vita”, che significava condurre una vita spensierata, con solo il piacere mondano, la voglia di godere della bellezza, del clima e dei divertimenti di una città, Roma, tra le più belle al mondo.

Si dice che la Dolce Vita iniziò con un evento, il 5 novembre 1958, quando, per i suoi 24 anni, la contessina Olghina di Robilant festeggiò al ristorante Rugantino a Trastevere: erano stati invitati nomi sacri del cinema italiano, Federico Fellini, Giulietta Masina e Giò Stajano ma sembra che al loro posto arrivò Anita Ekberg seguita da fotografi (da allora detti “paparazzi”) e giornalisti, uno di questi accompagnato da una ballerina turco-armena di nome Aïché Nana, che ad un certo punto improvvisò uno spogliarello subito ripreso dai presenti.

Anche se la contessina Olghina di Robilant chiese agli agenti di polizia presenti alla festa il sequestro dei rollini, alcuni sfuggirono ai controlli e le fotografie fatte da Tazio Secchiaroli, grazie alla complicità di un giovane attore, Matteo Spinola (che in seguito insieme ad Enrico Lucherini formò la più celebre coppia di press agent del cinema italiano) furono pubblicate sul settimanale l’Espresso.

Ci fu un grosso scandalo con addirittura uno strascico giudiziario, con la condanna alla Nana di due mesi con la condizionale per atti osceni e altre condanne (al proprietario del Rugantino venne inflitta una multa di 3000 lire).

Il seguito della festa, ripresa dopo lo spogliarello, è stato poi distorto da fantasiose ricostruzioni strumentali e scandalistiche assolutamente false, ma l’accaduto rimase così impresso nel tempo tanto da far mettere sul luogo dove si trovava il ristorante una targa commemorativa, dietro iniziativa dell’imprenditore Victor Fadlun e del giornalista Andrea David Quinzi, che fece realizzare un servizio fotografico dal settimanale TV Sorrisi e Canzoni raccontando la storia dello spogliarello all’ufficio stampa della McDonald che all’epoca gestiva il locale.

Ma chi veramente rese famoso il termine di Dolce Vita come “vita dolce”, “vita piacevole” fu Federico Fellini nel film dallo stesso titolo del 1960, film tra i più celebri nella storia del cinema italiano, che fornisce anche un quadro delle varie realtà socio-economiche della Roma degli anni 50: si narra la storia di un giornalista romano aspirante scrittore (Marcello Mastroianni) che lavora per un giornale scandalistico e ogni sera staziona di fronte ai locali di Via Veneto in cerca di pettegolezzi o foto rubate a personaggi del bel mondo; pur avendo una vita frenetica e piena di eccessi, in un mondo di lusso, ricchezza e divertimento, il protagonista allo stesso tempo si sente vuoto e insoddisfatto.

La famosa scena di una stupenda Anita Ekberg (interpreta Sylvia, una diva americana arrivata a Roma per girare un film) che fa il bagno nella Fontana di Trevi è la testimonianza di come si possa sentire la vita in tutta la sua potenza.

Il film (4 candidature e 1 premio Oscar, vincitore al 13° Festival di Cannes e altri successivi premi), molto travagliato per via dei contrasti tra il regista e i produttori (Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato), ebbe un costo di 800 milioni di lire ma dopo 15 giorni di proiezione le spese del produttore erano già state coperte, ed anche in America ebbe un successo incredibile.

Con la Dolce Vita nacque, come dicevo prima, un nuovo stile di vita, un concetto che ha radici sì nella cultura italiana ma che ha trovato eco in tutto il mondo, sinonimo di una vita piena di piaceri e di divertimento, ma anche di superficialità e vuote apparenze: quello dei nuovi ricchi, degli artisti, dei registi, degli attori e soprattutto dei fotografi scandalistici, che fornirono al pubblico storie come la passione travolgente di Liz Taylor e Richard Burton, entrambi sposati, o la storia molto turbolenta tra l’attore italiano Walter Chiari e la bellissima attrice americana Ava Gardner, e le peripezie dei nostri playboy Gigi Rizzi e Pier Luigi Torri che erano sempre in compagnia delle dive più belle e corteggiate.

Ma anche l’ambiente intellettuale non disdegnò di far parte della Dolce Vita romana: si incontravano nei locali a Piazza del Popolo artisti, filosofi, scrittori, giornalisti come Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Alberto Arbasino, Umberto Eco, Ennio Flaiano, Vittorio Veltroni e Lello Bersani.

Nelle gallerie d’arte lì vicino, a Via Margutta, cominciarono ad esporre artisti come Renato Guttuso, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Novella Parigini e Giosetta Fioroni.

Per ricordare quel periodo famoso in tutto il mondo, Lady Gaga, cantautrice italo-americana, nel 2009 ha scritto un singolo intitolato Paparazzi.

L’immagine dell’Italia come luogo di Dolce Vita ha attratto turisti da tutto il mondo, che si sono riversati nel nostro Paese per vivere questa atmosfera di lusso e divertimento, e città come Roma, ma anche Capri e Portofino sono diventate mete privilegiate.

Oggi, l’espressione Dolce Vita viene spesso utilizzata per descrivere uno stile di vita piacevole e senza preoccupazioni, caratterizzato da momenti di relax, piaceri e divertimento.

È diventata una sorta di aspirazione per molti, che cercano di sfuggire allo stress e alla routine quotidiana per vivere una vita più dolce e appagante.

Per tornare agli ambienti della Dolce Vita, sicuramente la via più famosa in assoluto era Via Vittorio Veneto, anzi la Via Veneto, al centro di Roma.

La strada si estende per circa un chilometro e mezzo tra Porta Pinciana e Piazza Barberini, con boutique di moda, gioiellerie, alberghi di lusso (di spicco il Grand Hotel Excelsior e l’Hotel Majestic, all’epoca frequentati da Sophia Loren, Federico Fellini e Marcello Mastroianni) e ristoranti di alto livello che ancora oggi attirano turisti da tutto il mondo sia per gustare i piatti tipici del nostro Paese, sia per iniziare il pellegrinaggio tra luoghi sacri, come Piazza San Pietro, il centro della cristianità (del resto, il film La Dolce Vita inizia proprio da qui), ma anche luoghi storici e artistici, come il Colosseo, il Pantheon e il Foro Romano, e Villa Borghese e la famosa Fontana di Trevi…

E di notte?

Ancora oggi si può respirare l’atmosfera degli anni 60, con le famose piazze Campo de’ Fiori e Trastevere, famosa per i suoi ristoranti dove apprezzare la tipica cucina romana e rinfrescarsi, in estate, all’ombra degli alberi di Lungotevere.

Ma ci sono ancora i locali del tempo?
I salotti, le terrazze dove ci si riuniva per le feste, le mostre?

Iniziamo dal Piper, la storica discoteca romana che dal 1965 in poi ha visto tanti gruppi e artisti emergere: The Primitives (con l’idolo delle giovani Mal), Caterina Caselli e soprattutto Patty Pravo, detta “la ragazza del Piper”, proprio per le sue tante esibizioni nel locale.

L’Antica Osteria Rugantino a Via della Lungaretta in Trastevere è sempre meta di turisti, che magari non conoscono il periodo d’oro della Dolce Vita ma apprezzano la buona cucina che è rimasta una delle caratteristiche (oltre all’ambiente classico della “vecchia Roma”) del locale.

All’Harry’s Bar era solito stazionare Rino Barillari, conosciuto come “The King of Paparazzi”, uno dei simboli della Dolce Vita, e ancora oggi come ieri il club (bar, piano bar̶ qui si dice che si poteva sorseggiare un drink accompagnati dalla musica suonata da Frank Sinatra al piano̶ ristorante) è frequentato da vip e celebrità mondiali.

Altri locali famosi erano Doney e il Cafè De Paris, ancora in attività e ancora oggi proposti come i locali per eccellenza della Dolce Vita romana.

Tra gli hotel più lussuosi troviamo ancora il già citato Grand Hotel Excelsior, teatro di svariate feste in cui si riunivano i vip dell’epoca che oggi ha cambiato nome, ed è il Westin Excelsior, ma è rimasto come l’Hotel di una volta.

A Piazza del Popolo i bar Canova e Rosati non solo per la posizione strategica in cui si trovano ma anche grazie a Via Margutta e le strade limitrofe conosciute soprattutto come le vie dove ci sono la maggior parte delle gallerie d’arte, continuano ad essere meta di coloro che amano ricordare la parte artistica e culturale della Dolce Vita.

Anche se la fine di quel periodo d’oro non solo per Roma ma per tutto il nostro Paese sembra essere fissata al 1968, l’anno delle manifestazioni studentesche con operai e minoranze etniche che contestavano lo strapotere e i privilegi dell’apparato socio-politico esistente, ancora oggi si sente il fascino di quel periodo che contribuì in ogni modo ad aumentare l’amore per il nostro Paese che rimane sempre una delle mete più ambite al mondo.


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Febbraio 2024 © Maria Teresa Protto

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